Della serie "I grandi classici della letteratura italiana".
Di Secondo Tranquilli (a.k.a. Ignazio Silone) non avevo mai letto nulla. Non conoscevo la sua tragica storia familiare (genitori e 5 fratelli morti nel terremoto della Marsica nel 1915) né quella politica (prima rivoluzionario comunista, anti-fascista, poi socialista anti-marxista).
La storia di Luca Sabatini mi ha riportato all'Italia contadina e ignorante di Carlo Levi, a quelle storie semplici ma profondissime di impegno sociale e morale. É un racconto di mala-giustizia, 40 anni scontati in carcere per un omicidio mai commesso solo per salvare l'onore di un Amore impossibile.
La verità viene piano piano a galla grazie al partigiano Andrea Cipriani, il "nuovo" politico che avanza, che con passione e tenacia scoperchia la classica omertà italiana, i silenzi vergognosi del clero mettendo con le spalle al muro un intero paese che sapeva ma non voleva dire.
Un giallo che cerca, senza successo, di riaffermare il valore della giustizia, soffocata dai codici e dagli azzecca-garbugli di manzoniana memoria. Non esiste norma penale che possa giudicare i sentimenti umani, non esiste giustizia divina che possa garantire la certezza di pena. Ne Il segreto di Luca, pubblicato nel 1956, tutti sono colpevoli: il popolo vile e ipocrita chiuso nei suoi pregiudizi verso l'ex-ergastolano, il parroco Don Serafino amico di Luca reo di aver insabbiato lo scandalo di un rapporto extra coniugale, il giudice del processo assiso sulla sua fredda giurisprudenza. Solo Cipriani regala quello slancio di ottimismo e quella voglia di fare per assicurare al "nostro" mondo un futuro più dignitoso ed equo.
"...un giorno uno dei miei compagni era venuto a dirmi che per continuare a fare il suo lavoro gli servivano più soldi. Gli avevo risposto che, se avesse trovato al mondo un musicista nella sua posizione più pagato di lui, sarei stato lieto di concedergli un aumento. Avevo aggiunto però che poteva risparmiarsi la fatica: bastava che andasse in bagno chiudesse la porta e si guardasse allo specchio. "E' così che funziona nel mondo reale", gli avevo spiegato, al che lui mi aveva guardato dritto negli occhi e aveva replicato senza traccia di ironia: "E noi cosa c'entriamo con il mondo reale?""
Quella di Bruce Springsteen & The E Street Band è generalmente considerata una delle epopee rock più grandiose ed affascinanti di sempre. Merito sicuramente di quelle pietre miliari del cantautorato americano che l'artista del New Jersey ha sfornato in 43 anni d'onorata carriera, ma senz'altro anche dell'alone leggendario, romantico e romanzesco che da sempre circonda la sua figura e quella dei suoi compagni d'avventura. Conosciutisi praticamente ancora teenagers e cresciuti assieme fra i locali che proponevano musica dal vivo lungo le località balneari della Jersey Shore, hanno finito col divenire l'incarnazione stessa di quei valori popolari, ed epici al contempo, messi in scena da Bruce nelle sue canzoni e nei suoi show, primo fra tutti il senso d'appartenenza ad una comunità e tutto ciò che ne consegue: amicizia, cameratismo, lealtà, coerenza, rispetto reciproco. Born to run, recante lo stesso titolo di un'altra celeberrima biografia del Boss, quella di Dave Marsh pubblicata nel 1979, ci offre per la prima volta la storia raccontata dalla soggettiva del protagonista, bravo nel non nascondersi dietro ad un mito alla "volemose tutti bene" per mostrarcene invece (per quanto concesso dal rispetto della privacy altrui) anche gli scontri, le contraddizioni, le debolezze, così da farci apprezzare ancor di più la travolgente forza alla base di un sodalizio così longevo. A fondo pagina Springsteen ringrazia le persone che l'hanno aiutato a prepararla nella miglior forma possibile, ma la lettura confermerebbe l'assenza di qualsivoglia coautore o ghost writer: il tono è colloquiale, sciolto ed a tratti piacevolmente disordinato e sbadato. Sì, come ci mettemmo la mano sul fuoco anche per l'altrettanto ammirevole autobiografia del suo alter ego Neil Young, questa cosa l'ha davvero scritta lui.
Scritta dai curatori dell'apprezzata web-fanzine www.PearlJamOnLine.it, ha visto recentemente la sua pubblicazione Pearl Jam Evolution, una corposa biografia dedicata alla celeberrima band di Seattle.
Approfondiamo il discorso con Luca Villa, co-autore dell'opera.
Piacere di conoscerti, Luca. Ten compie quest'anno 25 anni e PearlJamOnLine 15. Com'è nata all’epoca l'idea di una fanzine dedicata ai Pearl Jam e quante persone sono coinvolte ad oggi nel progetto? Avete ricevuto una cartolina o una lettera cartacea da qualche posto sperduto del mondo oppure potete considerarvi completamente “nativi digitali”?
Ciao, piacere mio! Nel 2001 stavo frequentando l’università e per un corso congiunto di semiotica e informatica analizzai il mio video preferito della band, Do The Evolution, creando un mini sito per presentarlo al meglio. Da quel mini sito nacque pearljamonline.it che, come dici anche tu, proprio quest’anno compie 15 anni. Facendo un salto indietro fino al 1994, all’epoca ero iscritto alla prima fanzine italiana della band, Mookje, che chiuse i battenti nel 1996, quindi non siamo per niente nativi digitali, anzi. Proprio per questo Pearl Jam Evolution al momento esce solo in formato cartaceo. Old school stil kicks ass.
Pearl Jam OnLine attualmente è gestito da me insieme a mia moglie, la coautrice del libro.
Il libro appunto. I suddetti anniversari trovano oggi la loro degna celebrazione in una nuova edizione di Pearl Jam Evolution, scritta da te e dalla tua compagna Daria Moretti, con la prefazione di Gianni Sibilla. Voi la definite la "biografia più dettagliata ed aggiornata mai edita sulla band di Seattle". Siamo sicuri? Ce lo assicurate? Perchè? E poi: è vero che Sibilla è riuscito a scrivere la prefazione senza citare Springsteen?
Recentemente ho fatto un ricerca sul web e mi sono stupito nello scoprire che Pearl Jam Evolution, con le sue 472 pagine, è il libro più lungo mai scritto sulla band. Oltre ad essere il più aggiornato (stampato a settembre 2016, copre la loro carriera fino ad agosto 2016) è anche il più dettagliato, ricco di aneddoti e curiosità che non troverete in nessun altro libro, puoi starne certo.
Gianni non è riuscito a scrivere la prefazione senza citare Springsteen e lo capiamo bene, ormai c’è un filo indissolubile che lega la band di Seattle al rocker del New Jersey.
...nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare...
Della serie "i grandi classici della letteratura italiana".
Poche parole, pochi cazzi, il capolavoro di Bassani mi ha sequestrato per tre-quattro giorni dalla mia vita reale. Una splendida detenzione, una prigione dorata che mi ha parecchio intristito dover abbandonare. Racchiuso nel gigantesco giardino della villa padronale della famiglia ebrea-ferrarese dei Finzi-Contini, ho seguito passo passo l'evoluzione dell'attrazione sessuale fra il mai nominato protagonista e Micol Finzi-Contini ai tempi delle famigerate "leggi razziali" nel biennio '38/'39 alla vigilia dell'invasione nazista in Polonia.
E' una piccola storia, comune a chissà quanti, ricostruita sui ricordi dell'autore, un microcosmo della provincia italiana che va a scontrarsi frontalmente con quello che stava accadendo in Europa. Un'oasi di pace dove le vicende di pochi ragazzi (i lunghi pomeriggi passati al campo da tennis, gli studi universitari a Venezia e a Bologna, le chiaccherate a ruota libera sulla politica, la letteratura, la poesia e, direi, l'arte in generale) si legano all'emozioni e alle frustrazioni di una comunissima storia d'amore dove uno viene dolcemente respinto dall'altra. Le solite donne, quelle che fanno soffrire, quelle a cui devi "rubare" un bacio per poter calmare il testosterone impazzito, quelle che ti vengono a dire "no, non possiamo rompere la nostra bellissima amicizia, il nostro rapporto non potrà avere mai un futuro, et cetera et cetera...". Ma-vaffanculo-va, ben sapendo, però, che dei sentimenti altrui nessuno può disporre.
I muri parlano, ad Ayotzinapa così come sulle strade del Messico, i muri parlano e raccontano la storia di morti, sparizioni, rapimenti e omicidi. Parlano di violenza, parlano di un paese sprofondato nella violenza, un paese in guerra. Un paese che viaggia dai primi anni del secolo ad un ritmo di 10.000 omicidi all'anno con un picco dal 2007 in poi che ha portato la cifra quasi a triplicarsi arrivando negli ultimi sette anni alla quota di 85.000. Omicidi di studenti, assassini di giornalisti, di migranti, di donne, di bambini, sparizioni di rappresentanti della società civile e soprattutto omicidi di Stato, ma non era una guerra al narcotraffico?
Come quelli di Ayotzinapa dove nel 2014, 43 studenti di un istituto magistrale in viaggio per Città del Messico vengono intercettati a Iguala nello Stato di Guerrero dalla polizia e sequestrati dopo una cruenta sparatoria che lascia diversi cadaveri tra cui un paio di malcapitati e un giovane torturato a cui viene scuoiata la pelle del viso e cavati gli occhi. Da quel momento in poi solo supposizioni e una certezza, anzi due. I 43 desaparecidos non sono più tornati a casa e il sindaco e la moglie di Iguala vengono arrestati e incriminati il mese successivo.
Un fatto incredibile e simbolico, reale e terribile che racconta di come le istituzioni siano completamente colluse e complici della violenza cieca del narcotraffico tanto da chiedergli favori di ordine pubblico come far sparire 43 studenti che chiedevano solo un mondo più giusto; racconta di come i cartelli della droga siano prepotentemente radicati negli ingranaggi delle istituzioni del grande paese nord americano.
Non può essere altrimenti. Io, con una mela in una mano, seduto sugli scogli, col Mediterraneo davanti a perdita d'occhio, un nugolo di persone nella vicina spiaggia indaffarati a far nulla e "Se questo è un uomo" nell'altra mano. Io, nel perfetto quadro della mia vita vacanziera, e Primo Levi nel suo inferno, non quello dantesco ma quello novecentesco, quello che nella cultura Occidentale è diventato l'inferno per antonomasia, il lager nazista.
L'opera ci scaraventa con estrema delicatezza nel buio della mente umana. L'autore ci accompagna per mano nel campo di deportazione di Monowitz vicino al complesso di Auschwitz. Primo Levi è un Virgilio discreto, è un handycam meccanica e razionale che scannerizza per i posteri con assoluta precisione tutto ciò che rimane della cosiddetta "condizione umana", è un medico legale impegnato in una cruda dissezione di se stesso e della sua esperienza. L'autore ci racconta il viaggio verso il lager, le "routine" quotidiane del campo di sterminio, l'infermeria, il lavoro, la fame, il freddo, i nazisti, la morte. Nella prosa manca totalmente qualsiasi luce di sentimento dello scrittore, non ce n'è assolutamente bisogno.
"Ci siamo detti che non c'era una casa migliore della zattera, dopo tutto. Tutti gli altri posti sono così stretti e chiusi, ma la zattera no. Sulla zattera ti senti libero, tranquillo e felice."
Ho sempre considerato Le avventure di Huckleberry Finn uno dei libri più staordinari ed importanti di tutta la letteratura americana ed anzi della letteratura tutta, in senso lato. Dice: mbeh? Si parla d'un grande classico! Eppure ogniqualvolta si nomina questo libro capita di scoprire che la maggior parte dei presenti non l'ha letto e spesso si riceve da qualcuno la stessa banalissima domanda: "Ma...è bello?"
Misericordia: sì! Sì che è bello, ma bastasse questo per definirlo. Trovatemelo voi un romanzo pubblicato nel 1884 che possieda la stessa dinamicità, la stessa sgangherata irruenza, un ritmo e dei personaggi così prepotentemente moderni. No, non lo troverete, perchè una storia siffatta, che odora di legno bagnato, di scarichi di battelli a vapore, di camicie a quadrettoni sudate, di zucchero da canna fermentato, poteva arrivare solo dal Nuovo Mondo e dal fervido genio di uno scrittore che proprio dal gergo usato dai piloti dei battelli ("By the mark: twain!") aveva tratto il suo nome di battaglia: Samuel Langhorne Clemens, al secolo Mark Twain.
Amo i libri impossibili. Non solo quelli che non esistono in quanto inventati (ah, il Necronomicon…o no?) ma anche quelli che non sono stati ancora realizzati per vari motivi. Amo i libri impossibili perché amo i libri e non mi bastano quelli che esistono e non passa giorno in cui sogno un libro, perché lo desidero, lo bramo…
Ci sono libri che esistono in altre lingue e non in italiano ma ci sono libri che proprio nessuno ha mai fatto. E che quando poi escono, gli occhi di coloro che li avevano sognati si aprono e luccicano di felicità.
Ecco, il libro che ha scritto Francesco Ceccamea è un libro impossibile, diventato realtà! Un libro intitolato Shocking Metal. Shocking Metal. La storia del giornalismo metallaro in Italia. EH? La storia del giornalismo Metal in Italia? Allora, il primo impulso nel momento in cui ho letto un riferimento a questo libro su facebook è stato: “Devo ASSOLUTAMENTE leggerlo!” Perché? Perché: primo, non c’è praticamente nessun libro di storiografia rock; secondo, le riviste e in generale tutto ciò che si vende in edicola (luogo poetico per me!) sono in generale qualcosa che amo, sia nel presente che come oggetti di nostalgia; terzo, perché tra la fine degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 ho letto con avidità e passione smodata che avevo e ho per la musica, riviste rock ma forse ancor più metal che trovavo ancora più interessanti forse perché quel genere era qualcosa che mi appariva segreto, vietato, non autorizzato…
spero che lassù ci sia da leggere qualcosa di meglio di questa misera paginetta. E se per caso, come temo, la tua fame di lettura non fosse sazia, cerca almeno di essere comprensivo con me! Ma che cazzo di viaggione ti sei fatto per scrivere Baudolino o meglio, che cazzo di viaggione mi hai fatto fare accompagnando quella scalcinata combriccola di globetrotters? In quali pozzi profondi e limpidi di sapere sei andato ad attingere per sviluppare una trama circolare degna della migliore opera picaresca on the road che si possa trovare in una libreria?
La storia di Baudolino è un po' la tua di storia, quella di un uomo nato fra le nebbie invernali e l'afa estiva di Alessandria, fra il Bormida e il Tanaro. È la storia di un campagnolo che va a intrecciarsi con la Storia che leggiamo sui libri di scuola, quella del dodicesimo secolo dopo Cristo, l'Italia dei Comuni, quella di Federico Barbarossa che diventerà suo padre adottivo, quella delle Crociate e del saccheggio di Costantinopoli preso come palcoscenico per raccontare le sue lunghe peregrinazioni al sapiente Niceta. Hai condotto un gruppo di pazzi in un incredibile mondo mitologico fatto di giganti, unni bianchi, sciapodi, blemmi, panozi, uccelli Roq, eunuchi fra praterie sconfinate di felci, fiumi immensi di roccia, pietre magiche e foreste sempre-buie. Un lungo percorso per raggiungere un luogo irraggiungibile e misterioso, un eden terrestre dominato da Gianni, Presbitero, grazie all'Onnipotenza di Dio, Re dei Re e Sovrano dei sovrani, e 'sti cazzi aggiungerei! Ma lassù l'hai trovato per caso il Regno del Prete Gianni? E quella gran satira d'Ipazia? Dimmi che la rivedi tutti i giorni come facevi a Pndapetzim.
Perché nella vita le dimensioni contano (soprattutto quando si decide di iniziare o meno un libro). Vi do qualche numero: 18 cm. di altezza, 14 di larghezza, 6 di profondità e 800, il numero delle pagine. Con questo mattone potrete costrurivi un mondo immaginario iper-realistico in cui avrete la possibilità di vivere per almeno un paio di settimane.
Entrerete nei lussuosi palazzi che sovrastano Central Park, nella New York anni '80 di Wall Street e Park Avenue (quella dei ricconi, per intenderci), nel ghetto del Bronx dove gli afro-americani e i sudamericani dominano la scena che una volta era degl'irlandesi e degl'italiani. Potrete percorrere le strade annusando gli odori, vi sentirete dentro al mondo della giustizia Usa, nei meccanismi contorti delle indagini, nelle aule di tribunale (nel mondo di "Law & Order", la serie televisiva USA di cui potete godere la sigla di apertura nel video successivo). Sarete in mezzo a una semi-rivolta dei neri controllata e indirizzata dal mondo falso e opportunista della comunicazione giornalistica. Vi appassionerete delle vicende di Sherman McCoy, rampante broker di una grossa finanziaria che viene trascinato in un vortice pericolossimo di giustizia e mala-giustizia dove tutti hanno colpe, nessuno si salva. Vi si sveleranno le fredde logiche elettorali di Abe Weiss, capo procuratore del distretto del Bronx, la fame di successo del capestrato giornalista Peter Fallow, gli sputtanamenti mediatici-giudiziari tanto cari ai nostri procuratori, il sesso extra-matrimoniale di Sherman con l'ammaliante Maria Ruskin, giovanissima moglie di un vecchio ebreo milionario.
Non lo so, Angelina, dove vanno le persone quando cessano di esistere. Ma so dove restano.
Non ti muovere lettore che hai buttato gli occhi su questa pagina, ti prego, non ti muovere.
Non
ti racconterò la storia di Timoteo, primario di chirurgia in
un ospedale romano. Non andrò a svelarti i mille pensieri che sono
passati nella sua testa mentre un suo collega operava d'urgenza
sua figlia Angela, vittima di un incidente stradale in motorino. Non ti
racconterò il lungo monologo interiore che rivolge fittiziamente alla figlia, né
psicanalizzerò la sua vita o il rapporto con la sua bellissima e perfetta moglie
Elsa o le torbide attenzioni erotiche per la borgatara Italia, sciatta e squallida
come mai dovrebbe essere un'amante (nomen omen?).
Non ti
muovere è una lunga preghiera fatta di frasi concise, asciutte e
nervose, un lungo flusso cerebrale di ricordi dove non c'è spazio per il sorriso,
solo tristezza e depressione. Due vite in stand by separate dalle pareti
di una sala operatoria, due cervelli aperti (uno da un chirurgo e
l'altro dalla Margaret Mazzantini) a totale disposizione del lettore. Un
saliscendi sulle montagne russe delle emozioni, fuori e dentro l'acqua, un tuffo nel passato di Timoteo e
un breve respiro nel presente di Angela, un limbo dantesco di spasmodica
attesa per una partenza verso la certezza della morte o verso l'incertezza
della vita che potrà essere. Un libro forse furbo, passionale e
femminile dove l'uomo è debole ed egoista e la donna sottomessa e
sfruttata. Un libro dove l'amore è vivisezionato, da una scrittrice
chirurga, nelle sue mille forme ed espressioni in cui il lettore riesce
facilmente a incasellare ogni sua esperienza passata.
Un libro dalla
fortissima carica emotiva, una narrazione fatta più da schiaffi e pugni
che da coccole e carezze. Io non mi sono mosso, l'ho letto tutto
d'un fiato. La Mazzantini mi ha catturato forse perché
sono un uomo debole anch'io.
E, durante la lettura, ho pensato mille volte a Father
and Son di Cat Stevens (oggi, dopo la sua conversione all'Islam, conosciuto come Yusuf Islam),
una delle più belle canzoni sul rapporto padre/figlio. Un pezzo che mette in
luce, nel dialogo, il conflitto fra chi ha già vissuto e chi invece
freme dal desiderio di andare, di allontanarsi, di mettersi alla prova, di vivere e inseguire i propri sogni.
Finalmente ho letto un libro che non mi è piaciuto.
Lo so, parole strane e, forse per qualcuno, assurde per il capolavoro di William Golding, Premio Nobel per la Letteratura nel 1983. Dico finalmente perchè era da tempo che leggevo solo o bei libri o capolavori assoluti (per chi fosse interessato sono disponibile a fornire una lista degli uni e degli altri). Iniziavo a preoccuparmi del mio giudizio critico, della mia capacità di comprensione, della mia estrema facilità di adattamento.
"Il Signore delle Mosche" non mi è piaciuto non per la storia che l'autore racconta ma soprattutto per come viene raccontata. La lettura non scorre, manca fluidità nell'azione e il collante tra molte scene. Ho fatto molta fatica a entrare nel mondo chiuso e isolato del gruppo di bambini e adoloscenti che, sopravvissuti a un disastro aereo durante una fantomatica guerra, riescono a salvarsi su una calda isola tropicale. Soli, senza la presenza degli adulti, il gruppo cerca di riorganizzarsi per soddisfare gli elementari bisogni primari e per cercare una via di salvezza. Tutto sarà inutile, la "primitiva" società di ragazzini si sfalderà in una guerra selvaggia fra clan nemici. Il loro piccolo mondo diventerà il terreno di guerra come quella che gli adulti stavano combattendo a livello mondiale.
L'innocenza dei bambini viene stuprata dal seme del male e della violenza che cresce, capitolo dopo capitolo, nelle loro anime; la crudeltà è insita in ogni loro azione, il sangue e la morte entrano brutalmente nella storia. S'insinua il sovrannaturale, la paura della "bestia", il belzebù incarnato nella testa di maiale infilzata su un palo in mezza a una radura della foresta tropicale. La democrazia, come spesso accade, è bella a parole ma nei fatti viene superata dalla volontà di dominio che si manifesta nelle figure fondamentali di Ralph (il democratico) e Jack (il dittatore).
Per puro caso mi son ritrovato a leggere Donna per caso, opera prima di Jonathan Coe. Consumati velocemente Se hai bisogno, chiama di Carver e Se questo é un uomo di Primo Levi (prima o poi dovró scrivere qualcosa su questo libro), ho iniziato a spulciare i cumuli di libri che facevano bella mostra sulle mensole della casa presa in affitto per le vacanze. Fra i sempreverdi libri gialli estivi e mega-tomi d'avventura/spy-story, il primo libro di Coe mi ha subito stuzzicato l'intelletto, grazie soprattutto ai buoni ricordi che serbavo de La famiglia Winshow (piccolo gioiello che consiglio caldamente).
Ok, donna per caso sei mia! Mattino, spiaggia, lettino, figli a debita distanza e lettura sfrenata intervallata da lunghe nuotate per assimilare la vita di Maria nei suoi snodi fondamentali: il periodo degli studi a Oxford, il matrimonio, la nascita del figlio, la sua vita familiare, il naufragio del matrimonio, la sua crisi cosmica... Sono accompagnato passo passo dall'autore che, inserendo nella storia un ipotetico narratore impalpabile come una telecamera, ci presenta con arguzia e sarcasmo "british" la sterile e apatica anima della protagonista, una donna come tante (lo stesso discorso avrebbe potuto farlo per un uomo) che subisce la vita, che non riesce a gestire il caso. Maria non riesce a cogliere le opportunità scolastiche, quelle lavorative, non riesce a dare importanza alle relazioni umane e a quelle amorose. Un vero disastro di donna!
Tutto è nato per caso, quattro chiacchere tra amici.
"Ho appena letto La Storia della Morante", faccio io.
"Alle superiori mi avevano fatto leggere L'Isola di Arturo, un libro che mi è piaciuto da morire in cui non succede niente", mi ribatte il Rock (il mio amico potrei chiamarlo anche Jazz, forse Reggae potrebbe dar meglio l'idea ma, non so perchè, Rock gli calza a pennello). "C'è questo ragazzino che gira solitario su un'isola", mi dice.
M'incuriosisco. Non è tanto la trama che pare poco avvincente e stimolante ma, soprattutto, l'idea che al mio amico Rock possa esser piaciuto un libro della Morante.
Lo recupero, lo divoro e, appena terminato, mi ritrovo, pochi giorni dopo, su una piccola isoletta in mezzo al Canale di Sicilia. Mi sveglio presto alla mattina, il resto della famiglia dorme allegramente, m'infilo i boxer da bagno, esco dalla camera del B&B e inizio a camminare senza una meta precisa come Arturo Gerace, il protagonista del libro, era solito fare nella sua Procida durante la fine degli anni '30. Finisco nei suoi panni e nella sua storia solitaria, entro nelle sue fantasie e nei suoi miti.
"...per i contadini lo Stato è più lontano del cielo
e più maligno, perchè sta sempre dall'altra parte..."
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
Cristo si era fermato a Eboli, non era andato oltre. L'interno della Lucania l'aveva lasciato a se stesso, ai poveri contadini malarici, alle bestie, alle intemperie atmosferiche, alle malattie, alla povertà strisciante, alla piccola borghesia reazionaria, al fascismo caporale dei podestà. Cristo non si era spinto fino a Gagliano e a Grassano e a Gaglianello, piccoli paesi abbandonati da Dio dove Carlo Levi era stato confinato per le sue attività antifasciste a metà degli anni '30.
L'autore, a metà anni '40, racconta realisticamente la sua esperienza monotona e ripetitiva dell'esilio forzato, la sua quotidianità triste e malinconica, il cambio delle stagioni, le leggende sui briganti e i monachicchi (gli spiriti dei bambini morti prima del battesimo).
Scorrendo le pagine del libro, ci si trova catapultati in un mondo rurale quasi primitivo, lontano anni luce dalla "modernità" che, a grandi falcate, conquistava il Nord Italia. Il Meridione viene descritto puntigliosamente attraverso le figure delle donne-streghe, del parroco sempre ubriaco, dei bambini che seguivano l'autore in ogni dove, dei due dottori incapaci e malvisti del paese, dei malati che venivano curati dal Dottor Levi, dei contadini che all'alba si dirigevano nei loro appezzamenti per cavare il nulla dal terreno.
“Un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi” (Raymond Carver) ...the only words I’ve said today are beer and thank you
beer...thank you...beer.. (Bill Callahan from "The Sing")
Io m'innamoro un po' troppo facilmente. Non lo so, forse ho un'anima troppo sensibile o forse son solo uno che prende le cose troppo alla leggera. Ci vuole poco, mi è bastato leggere un paio di racconti di Carver per accendere la fiamma della passione. E magari, per alimentare il fuoco, accanto alla prosa di Raymond, ho ascoltato una fra le mille canzoni di Bill Callahan. Due uomini, due statunitensi doc, due cose perfette che si completano a vicenda, come una birra con una sigaretta, come un tramonto sulla spiaggia, come i The Cure in una giornata di pioggia.
Scegliere la migliore tra le opere di Carver non ha senso come è impossibile preferire un album all'altro di Bill o di (Smog), come si faceva chiamare prima. Sareste in grado di scegliere fra un momento, o un altro, della vostra vita? E state attenti, non vi sto chiedendo di scegliere fra gli attimi migliori delle vostra vita, fra le giornate più belle, fra i ricordi indelebili.
Mettetevi comodi in poltrona, non sarà una lunghissima lettura, forse centocinquanta pagine. Vi consiglio di tenere al vostro fianco una bottiglia di grappa, bianca e non troppo "costruita". Vi terrà compagnia, entrerete subito nell'atmosfera malata e ubriaca di quel localaccio parigino dei primi del novecento dove Golubcik, una misteriosa ex-spia della polizia segreta russa, racconta, tra una caraffa e un'altra di acquavite, la storia maledetta della sua vita. Figlio naturale di Krapotkin, ricco principe russo, Golubcik cerca, senza successo, di farsi riconoscere come figlio legittimo per godere della bella vita paterna. Affiancato nei momenti cruciali da Lakatos, personaggio mefistotelico che impersona il Male, entrerà nel mondo dello spionaggio e sarà mandato a Parigi dove incontrerà Lucretia, la donna della sua vita, frivola figura femminile dedita al denaro e alle futilità materiali. Nel corso di una notte Golubcik confesserà ai pochi presenti il terribile duplice delitto di cui si è macchiato e le terribili violenze che il suo ruolo di spia lo portava a compiere.
Romanzo oscuro assolutamente ispirato ai grandi capolavori russi (fin troppo chiari i riferimenti al "Delitto e castigo" di Dostojewsky), dove il male è presente e impersonificato da un bell'uomo attraente che zoppica in modo strano (Kaizer Soza de "I Soliti Sospetti" di Singer balza subito alla mente), dove il protagonista cerca di liberarsi dai suoi rimorsi e dai suoi pentimenti con una redenzione estrema ma tardiva. Golubcik racconta del suo inferno personale, di quel luogo di dolore e angoscia che un "bel" diavolo gli ha propinato (ogni persona ha un diavolo che gli gira attorno, basta non ascoltarlo). Lettura semplice, coinvolgente e travolgente a tratti, da consigliare a chi ama le atmosfere dei romanzi russi dell'ottocento, a chi ama gli intrighi di potere e di palazzo, a chi adora le ossessioni compulsive dei criminali, per chi è cresciuto con le favole sul Male.
L'ennesima perla di un autore fin troppo sottovalutato: Joseph Roth, nell'olimpo del Novecento, una certezza, una garanzia.
(sottotitolo di copertina della prima edizione del romanzo La Storia di Elsa Morante)
Per chi non lo sapesse o non se ne fosse mai accorto, la Storia siamo noi e nessuno si senta escluso dal più piccolo al più grande, dal più ricco al più povero, dal più brutto al più bello.
La Storia di Useppe e di Ida e di Ninnarieddu e di Davide Segre è la Storia di Roma, del popolo sopraffatto dalla miseria e dalla povertà, è la Storia delle borgate, della II guerra mondiale. E' un racconto corale che parte dal basso e rimane volutamente nel sottofondo di quella Storia che i libri e i giornali e i telegiornali normalmente tendono a non raccontare. La vita dei protagonisti, che Elsa Morante ci racconta magistralmente nelle seicento pagine fitte fitte del libro, è annodata a quella della Capitale. I bombardamenti, i palazzoni distrutti, i rifugi degli sfollati, il ghetto ebraico si alternano ai principali personaggi per affrescare uno dei periodi storici più neri dell'intera Storia dell'Uomo.
"Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone" scriveva e cantava Francesco De Gregori, un altro romano Doc, in uno dei suoi pezzi più famosi, inserito nell'album Scacchi e Tarocchi del 1985. Fa impressione notare quante similitudini ci siano fra i versi di De Gregori e la prosa della Morante, sembra quasi che il cantante abbia cercato ispirazione nelle tragedie di casa Mancuso, nelle lacrime di Ida, nella spensierata vita malata di suo figlio Useppe concepito nella più brutale delle violenze in un giorno qualsiasi del 1941. "La Storia siamo noi, bella ciao, che partiamo", la Storia è Nino (anche detto Ninnuzzo o Ninnarieddu), primogenito di Ida e del suo defunto marito, che da simpatizzante fascista parte nei battaglione delle camicie nere per ritornare poi a Roma come Assodicuori, fervente eroe partigiano che si ritira sulle colline fuori città per combattere gl'invasori nazisti. "La Storia dà i brividi perchè nessuno la può fermare", gli anni passano inesorabili e, come arriva la guerra, la guerra se ne va, la vita sembra tornare alla normalità coi suoi problemi, le sue ristrettezze, le piccole gioie quotidiane, la malattia, la depressione, la droga, la follia, la morte.
Romanzo grandioso e universale, triste e tragico all'ennesima potenza, lungo ma lineare, pubblicato nel 1974, pasoliniano nella prosa romanesca. Un capolavoro della letteratura mondiale del XX secolo che ben si accompagna a un pezzo storico del cantautorato italiano. Un libro che cattura, commuove e fa riflettere adatto a "quelli che hanno letto milioni di libri e (a) quelli che non sanno nemmeno parlare".
"La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare" che piano piano, nei secoli dei secoli, riescono a sgretolare anche il più duro scoglio che da questo emerge.
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi,
siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono "Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi,
siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
Parliamo di un libro scritto in 10 anni. Soprattutto parliamo di un libro pubblicato ben 10 anni dopo il suo completamento, e cioè solo alla morte del suo autore, perchè giudicato pressochè illeggibile dalle case editrici cui si era rivolto. Quindi regolatevi di conseguenza.
«Era tutta un’illusione, un vorticoso caos cerebrale, da cui alla fine, alla fin fine, emergeva, perfetto e totale, l’ordine»
Scritto come una "Divina Commedia ubriaca" e così descritto dal suo stesso autore Sotto il Vulcano di Malcom Lowry descrive le ultime ore di vita del console inglese George Firmin, alcolista cronico e praticamente esiliato nella cittadina messicana di Quauhnahuac, adagiata ai piedi dei due grandi vulcani Popocatepetl e Iztaccihuatl. Tutto si svolge in un'unica interminabile giornata, il 2 novembre 1938, mentre l' Europa sta per prepararsi allo scoppio della II Guerra mondiale e l'ex moglie del console, Yvone, sta inaspettatamente tornando a fargli visita a un anno dalla separazione. La narrazione si dipana su più strati, venendo affrontata da diversi punti di vista, il tempo viene dilatato e stravolto fra flashback e continui cambi di prospettiva, mentre sempre più dettagli si fanno simboli e segni allegorici di una cosmica epopea autoditruttiva che a tratti, come nelle grandi opere di Dante, Dostoevskij, Joyce, Celine e Miller, arriva a trascendere gli usuali confini della narrativa per farsi psicologia, metafisica e teologia. La chiave d lettura di un'opera che è dunque complessissima sta nella capacità di lasciarsi andare alle sue vampate visionarie, vorticanti fra il fuoco e la morte, facendosi abbagliare dalla loro bellezza, anzichè concentrarsi troppo sulla trama e sull'inutile esigenza di ricostruirla in ogni dettaglio. Perchè così è come si trascina la vita laggiù sotto il vulcano, mentre si sente "la mente dividersi, alzarsi, come le due metà d' un ponte levatoio."
"Amo il modo con cui l'architettura, sull'impeto della dinamite, si disintegra quasi al rallentatore, sbriciolandosi delicatamente, spogliandosi dei mattoni come fossero piume, gli angoli che si liquefanno, austere facciate che rompono in sorrisi, muri portanti che fan spallucce e chiudono, tonnellate di totalitario cemento che scorrono via in un tsunami turbinoso d'aria. Amo quel preziosissimo frammento di secondo quando i vetri delle finestre si fanno elastici e si rigonfiano come bubble gum prima di scoppiettare. Amo gli edifici pubblici finalmente resi pubblici, le porte che si spalancano ai cittadini, alle creature, all'universo. Caro, entra! Amo lo sbuffo finale di fumo. Sì, amo i triti miti del fuorilegge. Amo l'istrionico suo romanticismo. Amo il nero vestiario del fuorilegge. Amo la tequila del fuorilegge e i suoi fagioli in scatola. Amo il modo con cui gli uomini dabbene sorridono beffardi e dicono "fuorilegge". Il modo con cui le giovani palpitano e dicono "fuorilegge". La barca del fuorilegge va controcorrente, e mi piace. I fuorilegge si lavano dove si lavano i tassi, e mi piace. Tutti i fuorilegge sono fotogenici, e mi piace. Esistono mappe dei fuorilegge che conducono a tesori fuorilegge, e le amo in modo particolare. Niente affatto disposti ad aspettare che l'umanità migliori, i fuorilegge vivono come se quel giorno fosse già qui, e sopra ogni cosa è questo che mi piace."
(Natura morta con picchio)
"Tom Robbins è il più pericoloso scrittore vivente."