Scusa per il ritardo, Damon!
(o di come sia salutare saper riconoscere i propri errori di valutazione)
All’inizio degli anni novanta infuriava un’artificiosa e artificiale guerra tra band rivali, volta in linea del tutto teorica a definire chi si sarebbe imposto definitivamente sulla scena del cosiddetto britpop:
Oasis vs Blur. Verrebbe voglia di non scrivere neppure i nomi delle due band che nulla facevano per nascondere la loro compartecipazione ad una sorta di messinscena da cui tutti avrebbero guadagnato qualche copia venduta in più, utile a stare molto in alto nelle charts di tutto il mondo.
Per chi come me all’epoca era preso da tutt’altro, questo genere di musica arrivava alle orecchie solo perché ciò era inevitabile (radio, amici e, soprattutto, i video su MTV). Non scattava mai l’idea di approfondire davvero l’ascolto di dischi come (What’s the story) Morning Glory o Parklife.
Ad essere cinici i grandi manager delle grandi case discografiche avevano infatti preparato un’altra messinscena, nella quale io ero immerso mani e piedi: Seattle, il grunge, la supposta etica dell’alternativo, i Nirvana vs i Pearl Jam, fino ad arrivare alle camicie di flanella da 200 dollari.
Dal mio distratto punto di vista i Blur avevano peraltro tutte le caratteristiche per essere solo una band di passaggio nella storia della musica. Il mio pronostico era: grande clamore e poi il nulla. A dirla tutta, uno degli elementi che mi convinceva di più della mia teoria era rappresentato proprio dalla figura del leader della band, tale Damon Albarn, il cui sorriso ammiccante mi risultava fastidiosamente troppo perfetto. Ottimo per colpire il cuore delle ragazzine giusto in quel preciso contesto, ma inevitabilmente troppo esposto alla mutevolezza dei gusti e delle mode.

