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Il Dio del mese: Damon Albarn

di The Wildcatter

Scusa per il ritardo, Damon! 
(o di come sia salutare saper riconoscere i propri errori di valutazione)

All’inizio degli anni novanta infuriava un’artificiosa e artificiale guerra tra band rivali, volta in linea del tutto teorica a definire chi si sarebbe imposto definitivamente sulla scena del cosiddetto britpop: Oasis vs Blur. Verrebbe voglia di non scrivere neppure i nomi delle due band che nulla facevano per nascondere la loro compartecipazione ad una sorta di messinscena da cui tutti avrebbero guadagnato qualche copia venduta in più, utile a stare molto in alto nelle charts di tutto il mondo. 
Per chi come me all’epoca era preso da tutt’altro, questo genere di musica arrivava alle orecchie solo perché ciò era inevitabile (radio, amici e, soprattutto, i video su MTV). Non scattava mai l’idea di approfondire davvero l’ascolto di dischi come (What’s the story) Morning Glory o Parklife. 
Ad essere cinici i grandi manager delle grandi case discografiche avevano infatti preparato un’altra messinscena, nella quale io ero immerso mani e piedi: Seattle, il grunge, la supposta etica dell’alternativo, i Nirvana vs i Pearl Jam, fino ad arrivare alle camicie di flanella da 200 dollari. 
Dal mio distratto punto di vista i Blur avevano peraltro tutte le caratteristiche per essere solo una band di passaggio nella storia della musica. Il mio pronostico era: grande clamore e poi il nulla. A dirla tutta, uno degli elementi che mi convinceva di più della mia teoria era rappresentato proprio dalla figura del leader della band, tale Damon Albarn, il cui sorriso ammiccante mi risultava fastidiosamente troppo perfetto. Ottimo per colpire il cuore delle ragazzine giusto in quel preciso contesto, ma inevitabilmente troppo esposto alla mutevolezza dei gusti e delle mode. 

Blur a Barcelona - Storie dal Vivo

BLUR, PRIMAVERA SOUND, Barcellona, 24 maggio 2013

di Prof. Willy

Premessa, parlare del singolo concerto ignorando il contenitore che l'ha ospitato significherebbe commettere un errore di parzialità e miopia; e lungi da me fare una cosa simile! Il Primavera Sound è uno dei festival più importanti a livello europeo e coinvolge l'intera città di Barcellona: un grande investimento di energie, competenze, fiducia e  - ça va sans dire – soldi. Tanti soldi. Un'area enorme  della città  – il forum – ospita circa 6 palchi e decine e decine di migliaia di persone che arrivano da tutta Europa per immergersi in una tre giorni, a tratti estenuate maratona, che propone il meglio della scena musicale “alternativa” mondiale. Dietro c'è una progettualità che nel Belpese ce la possiamo solo immaginare perché l'unico festival che esiste e resiste da noi si chiam San Remo: specchio distorto di una cultura nazionale ostile a qualsiasi tentativo di rinnovamento. I vari Jammin', Rock in Idro, Indipendent e compagnia cantante sono lodevoli ma pallidi tentativi di allinearsi agli standard esteri con alterni risultati.