Ten Second After: Alkaline Trio, Bombino, Marnie Stern, Strokes

Che cosa c'e' di nuovo in circolazione questo mese? come sempre un sacco di roba! Anche a questo giro, dieci secondi dopo, dischi recensiti con la Panza sperando che nessuno si senta offeso. E se quello che c'e' scritto qui sotto non vi dovesse garbare...commentate. Per gli insulti mandate tutto a Seimani all'indirizzo musicanidi@gmail.com oppure su twitter @musicanidi

di rsk


My Shame is True di un gruppo di pessimisti

La loro musica è caratterizzata da testi aventi per tema l'alcolismo, la depressione, la droga, la noia, il fuoco e la morte”


Premesso che wikipedia e' tutto meno l'oracolo depositario della verita' assoluta mi chiedo, come cazzo si fa a descrivere la musica di un gruppo in questo modo? Diciamo pure che questi sono dei tipi leggermente pessimisti, ma chissenfrega no? Infatti tutto quello che dovete ricordarvi e' che gli Alkaline Trio sfornano qui un disco sicuramente ben riuscito. Sempre in canna e lavorando come degli ossessi alla batteria e alle chitarre, producono un suono deciso e veloce che a volte ricorda la scena punk-rock della west-coast, non vorrei dire i Green Day, o un Henry Rollins edulcorato e a volte certo altrock britannico, o meglio, scozzese, tipo gli amati Idlewild degli esordi. I nostri eroi, da Chicago, hanno pero' una particolarita' che fa acquisire a questo disco, cosi' ben assemblato e fresco, 1000 punti sul giudizio finale: sono in ballo dal 1998 e questa e' la loro dodicesima fatica se si includono anche due compilation, la qual cosa mi fa dire, e qui concludo, tanto di cappello!

Nomad di un terrorista


C'e' poco da ridere. Questo disco e' una vera bomba! Anzi un Bombino cosi' come recita il nome del gruppo in calce alla copertina. Fin dalle prime note ti rendi conto di avere tra le mani qualcosa di speciale. Pronti via infatti si viene catapultati nella Marrakesch di Crosby, Still e Nash del 1969, in particolare le sonorita' rock ricordano il primo dei tre geni americani e uno dei suoi capolavori assoluti: If I Could Only Remember My Name vero e proprio manifesto del Flower Power della rivoluzione culturale americana. Trattandosi di un disco del 2013, intendo Nomad, la cosa mi provoca un certo brivido dietro la schiena; ma la seconda grande sorpresa arriva con la quarta traccia intitolata Imuhar dove improvvisamente certe sonorita' pop maghrebine si mischiano alla chitarra elettrica del “terrorista” e rimandano ad un altro grandissimo capolavoro firmato Ali Farka Toure, indimenticato musicista Maliano, cioe' Talking Timbuktu, lanciato e prodotto da Ry Cooder e ovviamente dal suono molto piu' blues di questo, creando un mix memorabile; il resto del disco e' ben rappresentato dalla copertina...un'impennata continua!
L' autore di questa meraviglia si chiama Omara Moctar, per gli amici Bombino: tuareg, nato 33 anni fa in un accampamento nei pressi di Agadez in Niger; giovanissimo e' costretto a scappare dalla guerra e riparare in Algeria; con nell'anima la sua terra, nel cuore Jimi Hendrix e in braccio una chitarra e' alla seconda produzione dopo Agadez del 2011. In tour europeo adesso: Parigi e Londra. http://www.bombinomusic.com/

Comedow Machine di quelli della RCA

E' finito il caviale, non importa dategli la bottarga! Sembra dirci la copertina di quest'ultimo disco degli Strokes. Gli Strokes: quei figli di paparino che un tempo, neanche troppo lontano, tra mille frizzi lazzi e cotillonsss si prendevano le prime pagine di tutte le riviste glamour musicali e non del mondo essendo riconosciuti, in quanto bravi, belli e ricchi, come i degni rappresentanti dello sdoganamento commerciale dell'indie rock. Saro' chiaro; in quegli anni, mi riferisco ai primi anni 2000 uscivano dischi memorabili e destinati a scrivere la storia non solo per la effettiva qualita' artistica ma anche per l'importanza culturale che rappresentarono nella scena musicale dell'epoca. Tra questi vanno sicuramente annoverati Is This It del 2001 e Room on Fire del 2003; chi non ha mai (s)ballato al ritmo degli Strokes nei dopo concerti alcolici nei locali ritirati in zone industriali alzi la mano destra e dica lo giuro! Premessa dovuta! Cio' non toglie che questo Comedown Machine e' un disco assolutamente evitabile che nulla aggiunge alla fama del gruppo e che sa tanto di compitino eseguito anche in modo un po' scazzato da chi un tempo fu e oggi invece probabilmente e giustamente e' piu' attento a rimirarsi la panzetta e produrre i propri lavori in solitaria. Il disco gioca un po' a rimpiattino con le vecchie sonorita' Strokes e con la voce a volte in falsetto del bel Casablancas oltre che dimenticarsi invero di frequente le distorsioni chitarristiche di Hammond Jr. proseguendo sulla falsa riga del precedente disco e con l'uso di musica elettronica un po' vintage ma non prende quasi mai il volo e le poche volte che lo fa come in One Way Trigger, 80's Comedown Machine e Chances l'impressione e' che manchi comunque l'impeto e il sudore dei tempi andati. Nessuna critica ai ragazzi piuttosto un richiamo d'attenzione a quei poveretti caduti in disgrazia della major che se non si fosse capito dalla copertina e' la RCA... o RCA e' il nuovo nome del gruppo? No perche' il dubbio rimane.

The Chronicles Of Marnia di una tipa decisa


The Chronicles Of Narnia è una serie di sette romanzi per ragazzi di genere fantasy scritti da C.S.Lewis a partire dal 1950 resuscitata negli anni '90 grazie soprattutto al successo del genere.
Parte con questa citazione piu' o meno ironica la quarta prova di questa brillante cantatutrice americana che di nome fa Marnie Stern e che si presenta con la consueta grinta e una vocalita' che a tratti ricorda la Kazu Makino (Blonde Redhead) sguaiata degli esordi. Il disco e' molto variegato, oserei dire complesso, ma gia' ad un primo ascolto colpisce nel segno perche' mai banale e perche' mantiene sempre alto il livello di “guardia”. In continua evoluzione musicale dagli esordi ad oggi la Marnie di Chronicles sembra aver mandato a memoria la musica delle Breeders o di certi paladini dell'indie rock piu' vicino a noi come i Trail Of Dead. Risulta vincente una certa giocosita' sonica, quasi a voler spiazzare il fedele ascoltatore. In certi pezzi infatti come Immortals o The Chronicles of Marnia sembra volersi lanciare all'assalto con un math-rock caratterizzato da improponibili riffs di chitarra, si nota pero' che non si prende troppo sul serio e anche qui il risultato non e' mai sopra le righe.
Un disco forse pretenzioso e denso ma consigliato, registrato a Brooklyn negli studi della Rare Book Room Recording e a cui ha contribuito, udite udite, Kid Millions, batterista degli Oneida.

5 commenti:

  1. Borgata Marrana15 aprile 2013 08:56

    Siempre presenti !

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  2. Gente sconosciuta, tranne gli Strokes che forse oggi sarebbe meglio non conoscere.

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  3. E io che credevo che i Cold War Kids fossere britannici ! Comunque, ho ascoltato un loro vecchio Robbers & Cowards (i think), molto molto bello e molto poco solare. Uggioso direi.

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  4. Giulio Da Casablanca15 aprile 2013 18:31

    A me la copertina degli Strokes piace. Vintage, anzichenò.

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    1. Patrizio degli Ammondi16 aprile 2013 15:07

      se se vintage...intanto pero' si legge di piu' il nome della major che del gruppo adesso le marchette sono diventate una forma d'arte retro'? per me resta una sbruffonata...

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