Musicanidi di Maurisio Seimani: Black Angels, Knife, The Flaming Lips

a cura di...Maurisio Seimani

Black Angels - Indigo Meadows




Sarò sincero: aspettavo l'uscita del nuovo disco dei Black Angels con un'impazienza tale da potere essere paragonata a quella che provavo ai tempi in cui, molto più giovane, attendevo con trepidazione la pubblicazione del nuovo album dei Pearl Jam, dei REM o dei Motorpsycho. Non foss'altro perchè il precedente disco della band texana, Phosphene Dream, recensito a suo tempo qui per questa stessa rubrica, si impose come uno dei dischi che mi ritrovai ad inserire più spesso nel mio mangianastri e, secondo poi, come uno dei dischi più belli che mi sia capitato d'ascoltare negli ultimi anni. Ebbene, è stato dunque  un grandissimo piacere ritrovare i Black Angels sugli stessi altissimi livelli compositivi. Il gruppo di Austin prosegue sul tracciato segnato proprio da Phosphene dream: ancora una volta siamo nei territori del pop-rock psychedelico di fine 60: colorati deserti nei quali l'incontro con i fantasmi di Jefferson Airplane, 13th Floor Elevators, The Doors, Syd Barret risulta gradito, quanto inevitabile. Allo stesso modo però, ancora una volta, a stupire sono l'incredibile scioltezza e spontaneità con le quali i nostri chiamano a raccolta questi fantasmi, riuscendo a riattualizzarne le gesta senza inutili nostalgie o imbarazzi. Il risultato dunque è un disco eccellente, dove composizioni non semplici e mai scontate, riescono incredibilmente a suonare facili e d'immediata orecchiabilità.
Aspettavo l'uscita del nuovo dei Black Angels con un'impazienza che non sentivo da tempi lontani. Indigo Meadows è riuscito a farmi ricordare perchè.
In una parola: confermati
Giudizio: 4 palle e mezza





The Knife - Shaking the habitual




Shaking the habitual appartiene molto semplicemente a quella categoria di dischi di musica elettronica, cari al nostro DJ Macionela, per i quali non è fuoriluogo usare il termine opera d'arte.
Tutto viene amalgamato e setacciato con sapienza maniacale nell'ultima opera dei The Knife, gruppo elettropop svedese formato da Olof e Karin Dreijer, fratello e sorella provenienti da Stoccolma. C'è anzitutto una certa predilezione per il sound etnico, raggelato però da un uso tagliente delle tastiere, e ritmiche oscure ed ossessive che lasciano ben poche speranze al calore delle sue connotazioni più esotiche. Ci sono la tecno, la house, l'acid, il tribal, l'electro-vintage, in un susseguirsi di chiaroscuri (più portati verso l'oscuro, in realtà), che sembrano non volere finire mai. Opera imperiosa, lunga (si parla di un doppio album), dove anche il cantato riveste la sua importanza, sia per il modo particolare con il quale viene gestita la voce, sia per i versetti velenosi che emergono da testi iperralisti e sub-metropolitani. Un'opera anche spigolosa, ma solo perchè si è di fronte ad una di quelle creazioni che, preoccupandosi ciecamente di raggiungere la sua folle perfezione artistica, non può curarsi di rassicurare l'ascoltatore conducendolo su comodi percorsi. Il coltello scandinavo, insomma, mira dritto al centro del cuore, freddo e indifferente come il ghiaccio. E non conosce alcuna pietà.
In una parola: coltellata.
Giudizio: 4 palle. 

Flaming Lips - The Terror




E' piuttosto difficile recensire un'opera come The Terror, trentesima fatica dei Flaming Lips, ormai impostisi fra i gruppi guida più influenti dell'attuale scena musicale. Difficile perchè opera talmente chiusa in se stessa da renderne l'ascolto a tratti indisponente. In The Terror non v'è alcuna traccia delle istrioniche trovate musicali che hanno reso celebre il gruppo capitanato da Coyne: minimalismo sembra essere la linea guida seguita per la composizione dell'album, sia per l'uso davvero crepuscolare dell'elettronica, comunque predominante rispetto alle opere precedenti dei Flaming Lips, sia per la semplicità delle melodie, nenie vocali ripetitive e ipnotiche, che su di essa sembrano quasi galleggiare. Sonorità che ricordano Air e gli ultimi Radiohead si intrecciano così con echi malinconici, che sembrano rimbombare da una voragine oscura nascosta in un classico come Pet Sounds dei Beach Boys. Viaggio pop, asservito alla messa in scena del terrore di rimanere soli, The Terror inquieta con la forza di un malinconico sussurro. Peccato che il tutto si riveli infine viziato da una certa ripetitività e dal fatto che la tensione emotiva non si confermi sempre ad alti livelli (difetto non indifferente per un disco che cerca di fare della tensione emotiva uno dei suoi punti di forza). Opera dunque di vera arte sonora applicata al pop, che però a lungo termine si farà probabilmente ricordare di più come un' interessante e curiosa tappa fra le tante della carriera dei Flaming Lips, anzichè nell'altrettanto nutrita lista dei loro capolavori.
In una parola: trip-pop.
Giudizio: 3 palle.

Saluti,

Maurisio Seimani

8 commenti:

  1. Bella pagina, pessima firma

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  2. C'è parecchia gente che strizza l'occhio al progressive. Moda o mancanza di vere idee ?

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  3. non e' che rifugiarsi in un genere gia' noto debba per forza significare mancanza di idee alla fine le note sono sette e gira che ti rigira i suoni che saltano fuori sono sempre gli stessi...la novita' sta nell'atteggiamento, l'attitudine poi se vogliamo chiamarlo progressive o rock o postrock o alternative o genoveffa e' solo perche' abbiamo bisogno di dare un nome a tutto, un esempio?. SEIMANI! Seimani= stupida larva. Vedi? e' piu' forte di noi! dobbiamo per forza chiamare le cose con il loro nome!

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  4. Maurisio Seimani29 aprile 2013 20:34

    Raramente si assiste alla nascita di un vero e proprio genere musicale. Molto più spesso, invece, questo o quel genere trovano un esponente ispirato che riesce a riattualizzarlo nel presente. I Black Angels, per esempio, non si rifanno al progressive, ma la loro musica è discendente diretta di quel pop psychedelico che si sviluppò a San Francisco nella seconda metà dei 60...non c'è niente di male in realtà nelcitazionismo, se il prodotto è buono. Se poi, Sanpaio, ciò che hai scritto si riferiva ai Motorpsycho non va dimenticatoche loro l'occhio al progressive l'avevano già strizzato altre volte e in tempi non sospetti.

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  5. Mi permetto di segnalare un'importante assenza nella colonna outsiders, perchè il vecchio Steve Earle ha prodotto a quasi sessantanni uno dei dischi più belli di tutta a sua carriera. Si intitola The low highway, provare per credere!

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  6. Lascia ch'io pianga non certo rovinata dal vincitore del CANTAVIRLE (respect!) ma piuttosto dal pianista...

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  7. Seimani sei fuliggine di kazoo

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