The Monks - Black Monk Time

di Johnny Clash e Joe The Dog

"The Monks will always be a great band!"
Colin Greenwood, Radiohead

"This is a damned enjoyable slightly kinky 60s garage record!"
Iggy Pop

Prendi 5 militari americani di stanza a Francoforte e segnati il mese e l’anno ragazzo: marzo 1966. Solo quattro settimane dopo i Rolling Stones se ne sarebbero usciti con Aftermath, a maggio Dylan si sarebbe ripresentato con Blonde on Blonde, e assieme a lui i Beach Boys avrebbero fatto uscire nei negozi il loro capolavoro Pet Sounds, mentre l’estate sarebbe stata all’insegna di Revolver dei Beatles e l’inverno avrebbe salutato il sorprendente esordio omonimo di un gruppo di ragazzini di grandissimo talento: The Buffalo Springfield.

Ok. Ora prendi 5 militari americani di stanza a Francoforte in un lontano marzo del 1966 e segnati il loro nome ed il disco: The Monks - Black Monk Time. Segni distintivi della band: divise rigorosamente black, capelli rasati come monaci francescani ed espressioni che sembrano giungere da qualche vecchio film di fantascienza in bianco e nero mai trasmesso. Segni distintivi dell’album: un rocknroll "scoperchia tetti" dal sound spigoloso e “futurista”, caratterizzato oltretutto da contenuti socio-politici poco portati al compromesso. Ma soprattutto: un clamoroso flop!

Ed ora immaginate quei quattro stronzi che un disco del genere ebbero anche la sfortuna di comprarselo in quel lontano marzo del 1966. Immaginateli appoggiare la puntina sul vinile e venire subito investiti dalla ritmica martellante e dall’organo impazzito della prima traccia Monk Time e dall’urlo sguaiato del cantante Gary Burger che sbraita: “Alright, my name's Gary. Let's go, it's beat time, it's hop time, it's monk time now!” Lasciate ogni speranza voi c’entrate. La seguente Shut Up! è una marcia velenosa che a tratti anticipa il piglio di Barret in Lucifer Sam, mentre Boys are boys and girls are choice, con il suo basso distorto, sembra l’inno sguaiato di una gang di furfanti da marciapiede intenti a cantarsela prima di prepararsi a una rapina…non c’è tregua, scordatevi arpeggi, campanelline od altre stronzate del genere.


I Monks arrivano al cuore armati di coltello a serramanico, sciorinando una freschezza ed una modernità tali da catapultarli fuori dal tempo e dallo spazio. Il punto è che Black Monk Time non sembra il disco di una band dei sessanta, sembra l’album di una band dei nostri tempi che si rifà ai sessanta già cosciente di tutto quanto sarebbe successo dopo. Ed anche se l’opera va a peccare di certa ripetitività nelle sue battute finali, è infine la chitarra distorta dell’ultima That’s My Girl a convincerci che Black Monk Time sia semplicemente uno dei dischi dei 60 più sorprendenti e moderni che ci sia mai capitato d’ascoltare.

12 commenti:

  1. Ahahahah, ma militari dove? Ma come stavano messi? Al confronto Seimani sembra un fiore (il che è tutto dire)

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  2. Non potevate aspettare il 2016 per i 50 anni dell'album? Siete sempre fuori tempo

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    1. Noi non aspettiamo un cazzo di nessuno. Men che meno se c'è da aspettarlo un anno.
      Abbiamo un sacco di cose da fare.

      Il 2016 ha deciso di arrivare tra un anno?

      Bene, ci dovrà delle scuse.

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  3. Meglio in studio che dal vivo però i monaci...primi due pezzi fotonici e no ho ancora ascoltato il resto.

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    1. Posso crederlo. Hanno fatto solo questo disco (che appunto non vendette per niente) e si sciolsero l'anno dopo.
      Come l'album sia riuscito a non sprofondare nell'oblio assoluto e diventare un culto decenni più tardi non è chiaro. I musicisti che oggi si dicono fan di quest'album (a parte i due già citati nel post) sono tantissimi: da Joe Spencer a Jack White, da Novoselic dei Nirvana ai Beastie Boys...

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    2. La magie della rete...

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    3. Caro Johnny, spero che lo sceriffo Rosco ti sbatta finalmente in galera insieme al tuo enigmatico direttore

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  5. The Wildcatter10 aprile 2015 14:19

    Io avevo scoperto questo bel disco grazie a questo articolo:
    (con tante grazie a Mr Google che me lo ha fatto trovare in 3 minuti)

    http://www.pastemagazine.com/blogs/lists/2012/01/10-bands-who-only-released-one-album.html

    P.S. bello anche quello degli UNICORNS
    quello degli LA'S conosciuto ben prima grazie ai Pearl Jam
    podio banale ma di qualità

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    1. Un cane fra i cani10 aprile 2015 15:29

      Li avrai mica comprati tutti vero Wildcatter? Conosciamo i nostri cani...
      anche in quella lista comunque vedo che compaiono i Young Marble Giants, che saltano sempre fuori vounque e proprio per questo ho deciso che non li ascolterò mai.

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  6. The Wildcatter10 aprile 2015 16:54

    presi il vinile dei Monk e quello degli Unicorns. I primi 4 in classifica li possedevo già in CD...

    Adesso non fatemi andare su Amazon a colmare le lacune, però! per questo mese ho già dato (ma forse mi bastava comprare un solo disco: Carrie & Lowell di Sufjan Stevens mi sta conquistando)

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