Musicanidi di Maurisio Seimani: The Budos Band, Andy Stott, The Coral

a cura di... Maurisio Seimani

The Budos Band - Burnt Offering

Prendete una band navigata, composta da ben 9 elementi, con già 4 dischi all'attivo nell'ambito di quel funky-groove strumentale tanto caro anche ad altri artisti appartententi come loro al ricco catalogo della Daptone Records. Ed ora immaginatevi questi ragazzi che, alla ricerca di qualcosa di nuovo da inserire nella propria proposta, si facciano illuminare dalla brillante idea di contaminare le loro composizioni di venature psych-prog care a certo heavy-hard-rock dei primi 70. Avrete così il quadro perfetto di quanto assemblato con successo in questo Burnt Offering dalla compagine di Staten Island, The Budos Band.
La differenza la fanno i riff mantrici, ai quali si appoggiano tutti i pezzi dell'album, che rifacendosi ad un immaginario che richiama alla memoria King Crimson, Iron Butterfly, Deep Purple e Black Sabbath, stravolgono irrimediabilmente un sound per il resto determinato da un approccio compositivo che viene da anni ed anni trascorsi a nutrirsi di soul, funk e black music. Il contrasto regge però splendidamente, rendendo quest'opera tanto epica e suggestiva da apparire, a tratti, quasi cinematografica. Nel filone delle colonne sonore immaginarie di film immaginifici mai realizzati Burnt Offering si ritaglia così un posto di tutto rispetto, tanto da potersi inquadrare, anche in generale, fra i prodotti più trascinanti che il variegato mondo della musica ci abbia offerto in questo 2014 ormai prossimo allo scadere.
In una parola: cinematografico
Giudizio: 4 palle





Andy Stott – Faith In Strangers

(di Dj Macionela)
Signore e signori, qui siamo di fronte alla prepotente ascesa di Mr. Stott nell’olimpo della musica elettronica. Dopo un pezzo da novanta come Luxury Problems del 2012 sommerso in scure atmosfere techno-dubstep, esce il nuovo album del produttore britannico (from Manchester) affiancato dalla voce di Alison Skidmore (la sua vecchia insegnante di pianoforte) in sei dei nove pezzi di Faith In Strangers. La lunga apertura ambientale e sinfonica di Time Away porta l’ascoltatore al completo rilassamento dei sensi per introdurlo, pezzo dopo pezzo, nel fantastico mondo della voce di Alison sorretta da ritmi ossessivi e martellanti (e perché no, dolorosi) techno-industriali (Science and Industry e Damage), nelle mirabolanti e coinvolgenti linee di basso di Violence, nelle vorticose e sporche percussioni su tastiere acide (No Surrender), nel respiro primordiale di Oath imbevuto di dupstep, nell’ambient riflessivo di How It Was che, come un carillon, si carica per deflagare sporca e sincopata. Album coeso e compatto e più fruibile rispetto al precedente, Faith In Strangers è la consacrazione a livello internazionale di un artista poliedrico come Andy abituato alle atmosfere dark e misteriose grazie al suo particolare sound soffocante. Per chi ama l’elettronica “senza se e senza ma”, sicuramente un album da ascoltare.
In due parola: meravigliosamente opprimente
Giudizio: 4 palle (piene-piene)



The Coral - The Curse Of Love

(di Johnny Clash)
Chi c'era (e non dormiva) dovrebbe ricordare perfettamente ciò che rappresentò agli inizi degli anni zero The Coral, esordio sorprendente ed a tratti geniale di un'allora misconosciuta band omonima proveniente da Hoylake, sperduta cittadina inglese affacciata sul mare nella penisola di Wirral. In verità, finchè non cominciarono a circolare le prime informazioni su di loro, in pochi avrebbero scommesso che i nostri non provenissero invece da qualche paesino isolato lungo il confine tra Arizona e Messico. Con l'approccio genuinamente citazionista e un po' selvaggio tipico del nuovo rock emergente del periodo (leggasi: usciva solo l'anno prima Is this it degli Strokes), i Coral si imponevano infatti andando a rinverdire il sound tex-mex tipico di certe serie TV e B-Movies western dei 60, infarcendolo fino al caricaturale di chitarre acide e sonorità degne di un O.k. Corral pieno di ubriachi in un qualsiasi mezzogiorno (e mezzo) di fuoco.
Bene...quello era l'ormai lontano 2002 e venendo a tempi più recenti devo dire che i Coral li avevo definitivamente persi di vista. Diventati un po' ripetitivi e normalmente meno ispirati che nei loro early years, non erano più riusciti a convincermi come ai tempi del loro già citato disco d'esordio e del seguente Magic and Medicine, benchè anche The Invisible Invasion non mi fosse del tutto dispiaciuto.
Con grande piacere mi imbatto dunque nel nuovo The Curse of Love, che pur non rivoluzionando la loro usuale estetica, si presenta profondo, coinvolgente, convincente ed ispirato. La band britannica abbraccia qui sonorità più rilassate, più unplugged (e questa è la vera novità del disco), perdendosi in composizioni sostenute da trasognanti arpeggi che evocano vasti orizzonti abbandonati, senza però rinunciare a quel piglio acido che ne aveva fatto la fortuna ormai 10 anni or sono. Il risultato è senz'altro l'opera più riuscita che siano riusciti a confezionare da allora, e cioè da quell'epoca in cui loro, un gruppo di pazzi cowboys musicali fuori dallo spazio e dal tempo, avevano portato un pezzetto di South-Arizona a specchiarsi nelle onde fredde del mar d'Irlanda.
In due parole: di rientro.
Giudizio: 3 palle e mezza.


13 commenti:

  1. Bella cover dei Budos. Ma cos'è quel druido? Cosa fa? E perchè?

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    1. Fa un "burnt offering", appunto, cioè sta offrendo qualcosa in sacrificio a qualche Dio dei druidi.

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  2. Dio dell'anno 2015? Giorgia, senza dubbio.

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    1. E' già deciso, ma non forniamo anticipazioni.

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  3. Dio dell'anno 2015? Cicciolina.

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    1. Bello Figo Gu!

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    2. I KarmainKazzo! "Non sciogliete questi frutti in paranoiak" è una dei più bei dischi italiani degli ultim i 10 anni non pensate?

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    3. Se è inglese invece io farei i Canyon Canyon. Nessuno farà più dischi come Tobia On The Run o Fever Cabretta.

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    4. Per il rap ovviamente vincerebbero a mani basse Stroncio con Rucius Narcos. Solo dall'unione di due grandi freestyler poteva sorgere un'opera conscia e profonda come "Siringhe e cemento".

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    5. Vedo che improvvisamente sono apparsi dei veri intenditori. Voi pero' dimenticate che i Gerontofag ci hanno lasciato proprio quest'anno. Credo che il loro ultimo disco "Minuetti nelle Braghe" abbia definitivamente assurto il combo Piossaschese come il piu' fulgido esempio di snuff music al mondo. Secondo me loro si meritano il titolo di Dio dell'anno

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  4. Un inviato eccitato28 novembre 2014 09:11

    La redazione rotante è qualcosa di sensazionale al limite della polluzione notturna

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