Meid in Italy: Don Turbolento - ПОЛИ ЖОКС (Poli Voks), 2015

di Maurisio Seimani

Per quanto non abbiamo mai nascosto le nostre origini bresciane, per scelta ci siamo sempre occupati della scena locale solo a livello latente. Un po’ per una mera questione di tempo, che non ci permette di seguire con la dovuta attenzione ogni uscita o evento musicale del nostro attivissimo circondario. Un po’ perché è una scena che si fa conoscere benissimo (e forse meglio) da sé, senza avere bisogno dei latrati di  un qualche musicanide da strapazzo. Un po’ perché (e credo di poterlo scrivere senza presunzione) ci piace scrivere solo di ciò che crediamo di conoscere approfonditamente. Infine, perché abbiamo sempre preferito mantenere la distanza di sicurezza necessaria per non farci coinvolgere in cricche, cortesie di circostanza, ed altre baggianate del genere (ragione per cui da sempre preferiamo celare, per quanto possibile, anche le nostre vere identità).

Assicuriamo dunque che è solo per un reale coinvolgimento dato dal semplice ascolto dell’album che ci troviamo questo mese ad inserire in questa rubrica di consigli per ascolti marcati MEID IN ITALY, Poli Woks dei Don Turbolento, uscito a fine gennaio e giunto ai nostri timpani con colpevole ritardo (vedi appunto quanto scritto sopra in merito alla “mera questione di tempo”).

Dalla prima incalzante traccia Nails in my Throat fino all’epigolo della riuscitissima ballata Decay, il disco del duo bresciano composto da Bertolotti/Battagliola si dispiega come un unico lungo flusso elettronico in cui funk, industrial, disco, new wave, synth pop e noise, si lasciano piacevolmente trasportare, ora alternandosi, ora scontrandosi, ora sovrapponendosi o intersecandosi fra loro. In un’opera che investe l’ascoltatore come un quadratissimo monolite di granito nero a stupire è quindi, per contrasto, la varietà di influenze e situazioni diverse che nello stesso i nostri riescono a far convogliare. C’è senz’altro anche un piglio vintage dunque in Poli Woks (che infatti non a caso è il nome di uno storico sintetizzatore analogico di matrice sovietica), perché la bravura dei Don Turbolento sta anche nel sapiente e mai lezioso riutilizzo di sonorità ben riconoscibili dell'elettronica 70 e 80 che contribuiscono a trasmettere ad ogni pezzo grande vitalità ed energia.



Leggendo altre recensioni ho sentito usare termini come “cupo”, “oscuro”, “alieno” per questo disco…Sarò sincero, non mi trovo affatto d’accordo. Per quanto il tema del Male, e delle sue molteplici forme, possa esserne il filo conduttore non è questo un progetto dal piglio claustrofobico o angosciante. Poggiante anche su una piacevolissima orecchiabilità, l’oscurità di Poli Voks è di tutt’altra risma. E’ quel tipo d’oscurità che, contro ogni logica, brilla.

5 commenti:

  1. Ho il battitto anianale18 maggio 2015 11:26

    Finalmente qualcuno che ne capisce qualcosa e se questo qualcuno è Seimani allora possiamo buttarci in massa giù dal burrone. Però è così.

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    1. Il Signore degli Anali18 maggio 2015 11:38

      Tutti in massa giù dal burrone ma con Seimani davanti possibilmente infilzato da un toro però, se no caro battito tu spari bullshits!

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  2. bello il pezzo del video

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  3. Approfitto di questo blog che mi sembra un posto dove si può davvero parlare apertamente di musica locale senza dover per forza fare sempre i complimenti a tutto e tutti per dire che comunque lo spostamento del 4/4 fuori dalla città secondo me è una troiata.Saluti e baci.

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  4. Noi qui diamo spazio a tutte le opinioni certo che potevi almeno un po' strutturarla la tua qui sopra.

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