Music For Jilted Generation: A Prodigy Revolution

Finalmente riesco ad accaparrarmi la rubrica, maledizione. Dopo un paio d’anni di angherie e soprusi, posso decidere il mio breve viaggio nel tempo. E qui vi propongo 5 dischi, fondamentali e non, che per un motivo o per l’altro mi riempiono di gioia e di dolore. Passeranno in rassegna un piccolo gioiellino british, un pezzo da novanta (in tutti i sensi) dell’elettronica, un album d’autore degli anni ’80 (cosa assai diffciile da trovare), una follia giovanile di quel folle di Juri e un caposaldo del jazz. Buona lettura ma, soprattutto, 
ASCOLTATELI CAZZO…

di Fragola di Bosco 



2004: The Beta Band – Heroes To Zeroes

Quarto e ultimo album per i The Beta Band, un magnifico canto psichedelico del cigno che nuota beatamente nel più classico psico-pop-rock britannico che possiate immaginare. Nel calderone vengono riciclati i principali canoni portanti del british-sound: schitarrate dilatate, leggiadria poppettara, classico humour inglese, addirittura trip-hop bristoliano. I Beta Band sembrano divertirsi trangugiando chilate di trip in ogni pezzo come la copertina “animata” illustra fedelmente. Al quarto e ultimo album sembrano però aver esaurito quella dose di cazzeggio che li aveva sempre contraddistinti nel panorama musicale.
Album affascinante ed entusiasmante che condensa in quaranta minuti la loro breve ma intensa carriera. Per chi non riesce a rinunciare a quel pizzico di psichedelia che permea ogni cosa.


1994: The Prodigy - Music For Jilted Generation

Questo disco spacca tutto: il cervello, le orecchie, il culo, quello che preferite! Son passati oramai vent’anni da questa mitica pubblicazione con la quale i britannici The Prodigy rivoluzionano l’elettronica in un periodo storico assolutamente avulso da qualsiasi suono sintetico e/o artificiale. Tredici pezzi che ridisegnano completamente il panorama elettronico mondiale e fanno urlare di dolore tutti i temerari ascoltatori (la cover rispecchia fedelmente l’esperienza sonora a cui si va incontro). Il tribalismo dominante viene declinato in mille sottogeneri e in mille sfaccettature: jungle, down-tempo, break-beat, elettro-rave, techno, industrial, dance e chi più ne ha, più ne metta. Un disco perfetto, con un titolo perfetto (“jilted” signica “piantato in asso”) che ben si adatta alle generazioni presenti ancor meglio che a quelle di vent’anni fa: un disco ipnotico e assordante per tutti quei giovani che oggigiorno farebbero meglio a infilarsi le cuffie per spararselo a mille per evitare di sentire le mille cazzate, musicali ma soprattutto extra-musicali, odierne. Da ascoltare ad altissimo volume. Buona fortuna.


1984: Roger Waters - The Pros and Cons of Hitch Hiking

Signori, non scherziamo. Quali potrebbero essere i “contro” nel caricare un’autostoppista come quella raffigurata in copertina e, soprattutto, nell’ascoltare Roger Waters sull’autoradio mentre si viaggia verso lidi ignoti? Io non ne vedo nessuno. E vorrei ben vedere! Qui non si sta parlando di un capolavoro assoluto né di un album imprescindibile ma solo di una piccola creatura nata dalla fulgida mente del nostro Ruggerone (e tutti sanno cosa è passato nella mente di questo monumento umano vivente). Pubblicato nel 1984, “The Pros and Cons of Hitch Hiking” ("Vantaggi e svantaggi dell'autostop") è la prima uscita pubblica di Waters dopo la definitiva uscita dai Pink Floyd. Cosa aspettarsi dunque? Nulla più e nulla meno di un grande album, raffinato, concettuale sulla lunghezza d’onda di “The Final Cut” dei Pink. L’album si snoda in dodici tracce che ricalcano al secondo uno spezzone di vita notturna di un uomo in crisi coniugale. Vita reale e vita sognata si intrecciano come le chitarre di Eric Clapton che accompagna il protagonista lungo tutto l’album e le sferzate fredde di sax. Album d’autore, maturo e particolare. Da ascoltare, senza se e senza ma.


 1974 - Juri Camisasca: La finestra dentro

Il nostro amato discepolo irrompe nel panorama musicale italiano con un album totalmente progressivo, allucinato ma, soprattutto, allucinante. Juri Camisasca si affida alle “sagge” (?!?) mani di Franco Battiato per realizzare un album assurdo molto distante dal cantautorato classico di quel periodo. A un primo superficiale ascolto sono i testi dissacranti e visionari che colpiscono immediatamente e duramente l’incredulo ascoltatore. Juri sciorina immagini fuori dal mondo, crude e velenose, immerse in un pessimistico disagio esistenziale. Affiorano nei suoi versi incubi ultraterreni, animali infernali che dominano sull’uomo (chiaro il richiamo alla sua indole vegetariana). C’è spazio per il suo caro amico John (..io l’ho visto ieri sera nella via del piacere…), un travestito che si vende lungo le strade della prostituzione. Ci sono i topi che gli rodono il cervello (ascoltasi “Un Galantuomo”) e “come una pianta che perde le foglie, io perdo i capelli, io perdo le dita, io perdo il controllo della lingua”. “Il Regno Dell’Eden” è l’apoteosi finale, un viaggio mistico verso Dio, verso il Creatore, verso Se Stesso (…io mi sento un Padreterno, io solo il Divino…). Uno sballo totale, dalla prima all’ultima parola, dalla prima all’ultima nota, ascoltare per credere.


1964: Wayne Shorter - Juju

Il 3 agosto del 1964 al Van Gelder Studio a Englewood nel New Jersey, Wayne Shorter registrava al sassofono tenore il suo masterpiece "Juju", un autentico bijou (e perdonatemi lo stupido gioco di parole). Accompagnato al piano da McCoy Tyner, al basso da Reggie Workman e da Elvin Jones alla batteria, Wayne dava libero sfogo alle sue emozioni dopo il sodalizio con Art Blakey durato cinque anni e dopo aver siglato il contratto con la Blue Note Recording. Otto pezzi (di cui due proposti in "alternative take") interamente composti da Shorter dove la sezione ritmica regala un'incredibile energia all'atmosfera misteriosa e a tratti sognante che il sax sapientemente costruisce. Album perfetto anche per chi non mastica il jazz, album dove la parte compositiva supera di gran lunga la dose di improvvisazione, dove non esiste attimo di rilassamento. Fondamentale e imprescindibile.

8 commenti:

  1. La cover dei Prodigy ricorda molto la fidanzata di Seimani dopo il primo bacio.

    RispondiElimina
  2. Plinio L'adolescente24 febbraio 2014 14:07

    Egr.Seimani,
    è inutile pubblicare poesie per farsi bello con i lettori.
    Rimani un cesso.

    RispondiElimina
  3. Chi ha sentito il nuovo di Beck?

    RispondiElimina
  4. Morte Dacci Tregua26 febbraio 2014 11:17

    E che palle....e Freak Antoni e Wayne Smith ora Paco....emmòbbasta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Morte che cojoni.26 febbraio 2014 16:13

      Sì infatti che cojoni.

      Elimina
    2. E Di Giacomo e Lou Reed...

      Elimina
  5. Puttana troia quanto hanno rotto il cazzo i Coldplay...

    RispondiElimina