Ten Second After: Pearl Jam, Turin Brakes, The Fratellis, The Sadies

Non c'è amore se non a prima vista
di RsK

Chiariamo subito un concetto. Non si può essere obiettivi ne' equidistanti quando ci si trova di fronte ad un antico e longevo sentimento come quello che emerge nel vostro affezionatissimo al solo nominare il gruppo di cui mi accingo a "recensire" l'ultima fatica. Un sentimento nato in gioventù, ben 22 anni fa, e che mi ha accompagnato per tutto questo tempo come un fratello, un padre, un amico, un'amore quasi perfetto con pochi pochissimi tradimenti e distacchi e molto rispetto e riconoscenza. Puntualizziamo subito un altro concetto: e' impossibile esplorare un disco dei Pearl Jam e giudicarlo dopo soli due giorni di ascolti, ancorché prolungati, poiché l'immediatezza non e' mai stata, ebbene no, una delle caratteristiche peculiari del gruppo di Seattle, nemmeno quando, badate bene, questi erano i paladini di un genere immediato per antonomasia come il grunge. Dunque queste poche righe nascondono un'urgenza che solo i fans possono capire e di questo infatti si tratta; un omaggio sentito e doveroso anche se, posso capirlo, potrebbe risultare poco utile agli occhi o orecchi di chi ama approfondimenti e sottolineature.


Dunque eccolo qui Lightning Bolt, fresco di uscita, preceduto da due singoli apripista come Mind Your Manners nervoso e rumoroso (i paragoni con Spin The Black Circle o Rearviewmirror non offendono) e Sirens una ballata che nelle mani di Eddie Vedder si trasforma nell'ennesimo marchio di fabbrica (qualche malato mentale su questo blog ha tirato in ballo gli Skorpions...quelli di Varese?). Tantissime conferme che sanciscono la buona forma del gruppo, un gruppo di "mezz'eta'", che non smette di divertirsi e onestamente riesce ancora a confezionare un disco degno di questo nome; egregio seguito del precedente bellissimo Backspacer (2009). Non ci credete? Ascoltatevi l'incipit adrenalinico di Gateway, la fantastica titletrack Lightning Bolt e gli echi degli Who in lontananza, l'onirica ninna nanna di Pendulum,  il rock'n roll di Let The Records Play, la classicissima Yellow Moon che fa affiorare alla mente Binaural e anche l'inedita Sleeping By Myself che precede la chiusura soft di Future Days (e qui siamo dalle parti di No Code). Un disco in due momenti che inizia con il turbo per dissolversi con una certa calma, in 47 minuti. In attesa che soloni, critichini e sette seimaniche aggiustino la mira mettendo la dovuta distanza tra l'uscita imminente e il buon numero di ascolti necessari per giudicare il disco, io per una volta cavalco l'onda o l'orda degli aficionados e senza aspettare che sia scoccata la mezzanotte mi precipito al piu' vicino negozio di dischi! Meno male che Ten Second After l'avevo gia' scritto prima!


Turin Brakes - We Were Here

Mannaggia a me o mannaggia alla miseria? Non lo so qualcuno mi aiuti a capire perche' mai fino a oggi avevo inopinatamente snobbato questo ottimo duo britannico in ballo da ormai quasi 15 anni. Ricordo vagamente The Optimist, bel disco del 2001, anno in cui, per rimanere nell'orbita del britpop ero presissimo dal fantastico The Invisible Band dei Travis. E' proprio la band scozzese che sembrerebbe affiorare fin dall'inizio, in questa ultima fatica di Olly Knights e Gale Paridjanian almeno sembrerebbe; se non fosse che poi il disco cambia leggermente rotta, verso un folk chitarristico a tratti esaltante che improvvisamente vira verso una psichedelia con sfondo pompeiano che fa gridare ampiamente al miracolo (Blindsided Again). Un disco che cambia e cresce con inattesa velocita'; che stupisce ed emoziona come in Part Of The World e No Mercy dove questa volta viene in mente l'Irlanda non foss'altro perche' ci e' nato Damien Rice. Tanti sono i rimandi e tra questi metterei anche l'Ok Computer dei Radiohead. In definitiva un disco che non annoia mai e lascia il segno. Da scoprire tutto d'un fiato.


The Fratellis - We Need Medicine

Siam tre piccoli fratellin e ci chiamiamo cosi'... I tre responsabili di questo progetto si chiamano proprio cosi': Fratelli e indovinate un po'? sono anche fratelli! Sara' vero? Ammetto di aver scelto di ascoltare questo disco incuriosito soprattutto dal nome del gruppo pensando magari di trovarmi di fronte una versione rivisitata di qualche fan del Padrino e di Badalamenti, mi riferisco ad Angelo ovviamente. Niente di piu' inesatto invece. Con ancor piu' piacevole sorpresa scopro di trovarmi di fronte un classico disco di indie rock che naviga dalle parte di nomi come Supergrass e The Coral. A volte si concedono furibondi Sabba che vedrebbero volentieri come ospiti d'onore i cari vecchi Stones; comunque, sempre attestandosi in terra d'Albione, rivistano con molta adrenalina e un certo stile il caro vecchio rock'n'roll. Frizzante e spumeggiante nei suoi 44 minuti We Need Medicine fornisce proprio quello che promette un vitaminico balsamo musicale contro la monotonia della vita moderna. Preso e portato a casa!


The Sadies - Internal Sounds 

Altro gruppo canadese non certo di primo pelo i Sadies tornano con la consueta formula vincente di indie country rock a discapito di un passato piu' rivolto al punk noise. Nella loro spasmodica ricerca di movimento verso sud dopo essere transitati per una New York rumorista e rumorosa come si puo' notare dall'incipit The First 5 Minutes si trasferiscono nel profondo sud. Ci offrono un paio di ballate in perfetto stile country come suonano So Much Blood e The Very
Beginning
per poi transitare nel tempo in un epoca cara al primo Neil Young. I riferimenti si sprecano, veramente, dai Calexico passando per i paladini Yo La Tengo e anche certo rock degli Wilco in un caleidoscopio musicale invidiabile. La cosa interessante e' che il tutto e' condensato in un disco che scorre via rapidissimo, in soli 33 minuti. Non un disco epocale ma comunque un interessante opzione per questo ottobre 2013. Ascoltalo qui

6 commenti:

  1. Io non ascolto i Pj dal lontano 2002 (Riot Act, piuttosto deludente e banale).
    Da allora ho deciso di smettere. Bisogna saper smettere!

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    1. Maurisio Seimani17 ottobre 2013 13:44

      Posso dire più o meno lo stesso con l'aggravante di non avere nemmeno più riascoltato i loro vecchi dischi quasi da allora (No Code a parte), ma con l'attenuante di avere apprezzato il precedente Backspacer. Questo non ho avuto ancora occasione di ascoltarlo e spero riesca a convincermi. Devo dire che i due singoli usciti nelle scorse settimane non sono riusciti a farlo...vedremo. Comunque i Pearl Jam sono i Pearl Jam e che il loro disco meriti un'attenzione particolare è del tutto giustificato, visto che nella caotica cyber-diffusione musicale di questi tempi si caricano sistematicamente d'aspettative uscite musicali di gruppi di caratura notevolmente inferiore ai Pearl Jam, che oltretutto col tempo si rivelano spesso anche degli impossibili bidoni.

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    2. Nella scelta di recensire il disco dei Pearl Jam influisce solo il fattore fanatismo come mi sembra di aver spiegato all'inizio. Il disco del mese per me rimane Turin Brakes...

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  2. La principessa Zaffiro davvero non l'avevo mai sentita.

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    1. Dietro al tuo anonimato non può che nascondersi Seimani, re del vuoto e dell'ignoranza.

      Vergognati!

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    2. Seimani E' la principessa Zaffiro.

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